Martedì 22 novembre – “2001: odissea nello spazio” (di S. Kubrick)

Martedì 22 novembre sarà proiettato uno dei film più famosi della storia del cinema: “2001: odissea nello spazio” del regista Stanley Kubrick. Lo ha scelto per la rassegna “Note d’autore” il critico cinematografico senigalliese Roberto Ferretti, che sarà con noi in sala a presentare e commentare il capolavoro girato nel 1968 (149′).


Tre nomination agli Oscar (miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior scenografia) e la statuetta per i migliori effetti speciali consegnata allo stesso Kubrick. Un film di fantascienza rivoluzionario sia nell’impostazione che nel linguaggio, ispirato ad un racconto dello scrittore Arthur C. Clarke (La sentinella). La musica accompagna e sublima il racconto delle immagini: memorabile l’uso del walzer “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss e forse ancora di più all’inizio del film e in alcune parti significative quello del poema sinfonico “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss (apertamente ispirata alle opere di Nietzsche) che d’allora in poi è diventata familiare alle nostre orecchie.
La pellicola è stata giudicata di rilevante significato estetico, culturale e storico, e selezionata nella lista di film preservati nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.
Gli interpreti principali sono Keir Dullea e Gary Lockwood.
Piccola Fenice, ore 21.15.

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Una Risposta a “Martedì 22 novembre – “2001: odissea nello spazio” (di S. Kubrick)”

  1. renato Dice:

    La rappresentazione dell’evoluzione umana è erronea perché ha come filo conduttore il continuo miglioramento della specie, dapprima biologico poi culturale.
    Gli antropologi ci dicono che non è scontato il continuo progresso o miglioramento: possiamo imboccare un ramo secco e scomparire.

    È da questa erronea rappresentazione che consegue necessariamente la manifestazione del desiderio di potenza, di dominio sulla natura e sui propri simili. Il monolito ci avvia verso questo destino ultraterreno. Se lo consideriamo anziché un manufatto alieno una metafora della religione otteniamo lo stesso destino ultraterreno.

    Secondo me Kubrik ci strizza l’occhio, ci sta dicendo : Guardate è una favola quello che vi racconto (e per inciso anche la religione favoleggia) . Non siamo necessariamente destinati ad un futuro glorioso.
    Tanto è vero che nel film A.I., pur se portato a termine da altri che immagino non abbiano voluto stravolgere le idee di base di Kubrik, sono i robot ad ereditare la Terra.

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